
Prosegue la serie di (volutamente) brevi interviste ad alcuni personaggi della scena musicale italiana (amici e conoscenti).
Dopo FEDERICO FIUMANI dei DIAFRAMMA (martedì 14 maggio), proseguiamo con FEDERICO GUGLIELMI, tra i giornalisti e critici musicali più importanti ed influenti della stampa italiana, recente dimissionario dal Mucchio.
1)
Ha avuto una certa eco sul web una tua dichiarazione tratta da un’ intervista che tra le altre cose dice: "Quando ho iniziato, nel 1979, avevo ascoltato 'solo' alcune migliaia di album, ma in fondo il rock aveva poco più di vent’anni e io lo seguivo già da almeno otto. Adesso chi volesse scrivere seriamente di musica dovrebbe conoscere, quantomeno a grandi linee, molto di più: dovrebbe 'studiare' almeno un po’ quello che è successo in sei decenni e anche prima, non saltellare mezz’ora fra YouTube e Wikipedia e credere di avere capito tutto o quasi ciò che serve per buttar giù un buon articolo".
Ci ho fatto anche un post sul mio blog.
La domanda è dunque: chi scrive e disserta di musica, chi suona, ha "bisogno" di preparazione?
E l'immediatezza, l'urgenza "ignorante", l’irruenza che furono alla base del punk (e delle sue fanzines)?
Chi suona anche no, dai!
Lì, appunto, il desiderio di esprimere qualcosa di vitale non deve necessariamente essere sostenuto dalla conoscenza.
Idem per le fanzines, che poi oggi sono blog: nessuno pretende che siano professionali, né nella sostanza, né nella forma. Una rivista, cartacea e/o in Rete che abbia la pretesa di essere rilevante, influente e seria, non può certo prescindere dalla competenza dello staff e dalla qualità della scrittura.
Il problema odierno è che l'eccesso di offerta dilettantistica inevitabilmente generata da Internet non sembra favorire la professionalità, come ben dimostra la crisi mostruosa dell'editoria in genere e di quella del settore in particolare.
Io al momento cerco di resistere, attendendo il momento del riflusso che mi auguro arriverà.
2)
Agli albori del “nuovo rock italiano” (primi anni 80) l’autoproduzione era una necessità e anche le etichette erano il più delle volte frutto della buona volontà di una persona che tirava fuori i soldi per passione ed entusiasmo (vedi la tua High Rise o la mia Face Records ad esempio) senza alcun progetto particolare se non quello di far conoscere un gruppo che si amava.
Poi si è passati a dimensioni più professionali ma negli ultimi tempi la crisi discografica sembra aver riportato tutto di nuovo alle origini.
Ovvero, con le dovute eccezioni, per farsi conoscere devi tornare a sistemi che avevamo lasciato 30 anni fa.
Come vedi il futuro in questo senso?
Credo che con la massa abnorme di autoproduzioni resa possibile dal crollo dei costi di registrazione e stampa, le etichette che avranno una linea stilistica e/o qualitativa chiara e riconoscibile hanno ottime possibilità di sopravvivere più che dignitosamente.
Certo, non dovranno puntare a divenire piccole major ma dovranno volare più in basso, dato che i dischi vendono molto meno di un tempo... ma sono convinto che un marchio "rinomato" possa sempre fare moltissimo per gli artisti in gamba, e i fatti lo provano.
Vedi?
Il riflusso di cui sopra per le etichette è già arrivato, com'è arrivato per il sacro vinile che anni fa tutti davano per morto e sepolto.
3)
Ricollegandomi alla precedente domanda.
Parlando sempre di più o meno 30 anni fa, noi ammalati di musica “strana” spendevamo ore, giorni, immense energie e tanti soldi per trovare oscuri dischi punk o new wave o 60’s.
Una ricerca “mineraria” di vecchie o nuove gemme perse nella marea di materiale “infame” (disco music etc).
Nel 2013, tra Spotify, Deezer, Youtube etc mi sembra che si stiano riproponendo le stesse modalità. Milioni di brani e migliaia di album (gratis!) ma per trovare la gemma giusta e di valore occorre di nuovo scavare e scavare (questa volta nel web...)
Già, ma quel "gratis" fa una bella differenza: noi, quando riuscivamo a caro prezzo ad aggiudicarci un "tesoro nascosto", lo ascoltavamo e riascoltavamo per assimilarlo, mentre la tendenza attuale - favorita, appunto, dalla disponibilità gratuita e senza nemmeno uscire di casa - sembra essere legata alla rapidità e alla superficialità.
Mezzo ascolto magari mentre si fa altro e poi, via, si passa all'ennesimo link. È ovvio che non è così per tutti, ma in generale il trend è questo.
4)
Sappiamo cosa è successo e sta succedendo al “Mucchio”.
Evitiamo di approfondire ma colgo il pretesto per chiederti se, indipendentemente da queste vicende, credi che la rivista musicale cartacea sia destinata a scomparire quando ormai i dischi vengono recensiti sul web mesi prima dell’uscita e le news sono fruibili quotidianamente e non più mensilmente.
Credi resteranno ad appannaggio esclusivo dei tradizionalisti di “una certa età” abituati a quel mezzo?
In buona parte sì, ma sono assolutamente convinto che qualche rivista fatta bene, che rinunci a inseguire il web e si ponga come serio veicolo di approfondimento a prescindere dalla frenesia del nuovo (reale o presunto) possa ritagliarsi un suo spazio, avere una sua visibilità...
anche fra i giovani davvero interessati all'argomento e non solo fra noi "vecchietti".
Magari con una periodicità diversa dal mensile, tipo sei o quattro numeri all'anno...
5)
Parliamo di musica.
Esclusi i Not Moving (...) quali sono i dischi che sei stato più contento ed orgoglioso di avere prodotto ?
E un paio di titoli che avresti voluto produrre e che pensi che con il tuo apporto artistico avrebbero avuto maggiore efficacia (senza nulla togliere ovviamente a chi li ha prodotti, è un gioco...)
Una domandaccia!
Ho un bellissimo ricordo di tutti, ma se proprio devo pronunciarmi dico il mini-LP "On The Other Side Of The Tracks" dei Flies per i risultati tecnici - insomma, penso sia quello che mi è venuto meglio - e "My Blood, My Sin, My Madness", il secondo album dei Fasten Belt, per quanto riguarda il coinvolgimento emotivo, anche a livello di lavoro a monte.
Fra le "produzioni mancate"...
beh, non so dirti se con me le cose sarebbero andate meglio, ma di sicuro avrei dato tutto me stesso per "Five Days To Hell" degli Sleeves e "Rane'n'Roll" di Joe Perrino & The Mellowtones, i primi che mi vengono in mente.
Entrambi degli anni '80?
Sì, perché al di là dei pochissimi strascichi successivi considero conclusa la mia "carriera" di produttore in quel decennio.
6)
La domanda è banale ma non posso esimermi.
Fammi un elenco di dischi che ritieni essenziali per la conoscenza della musica “rock”.
E poi, parafrasando la rubrica “Get back” di questo blog che, mensilmente, consiglia tre dischi dimenticati da riscoprire, mi piacerebbe avere una tua breve lista di album che di solito nessuno cita in nessun elenco e che invece meriterebbero di essere rivalutati o scoperti.
Domanda addirittura peggiore della precedente... conosco troppi dischi, e so già che rileggendomi mi innervosirò per le dimenticanze.
Diciamo la classica antologia di Robert Johnson, una raccolta del primo Bo Diddley, "My Generation" degli Who, "Velvet Underground With Nico", i singoli Decca ed "Exile On Main St." dei Rolling Stones, "Revolver" dei Beatles, "Electric Ladyland" di Jimi Hendrix, "Goodbye & Hello" di Tim Buckley, "Raw Power" degli Stooges, l'esordio omonimo dei Ramones, "Horses" di Patti Smith, "Q. Are We Not Men?" dei Devo, "Damaged" dei Black Flag, "Mommy's Little Monster" dei Social Distortion...
sto andando a memoria e più o meno cronologicamente, ma non chiedermi di procedere oltre, anche se mi sono fermato solo ai primi anni '80.
Per quanto concerne i "culti", invece: "The American Revolution" di David Peel, "Who's Landing In My Hangar?" degli Human Switchboard, "Kaleidoscope World" dei Chills, l'omonimo degli High Tide e "Dealing With The Dead" dei Plan 9.
Anche qui citando a caso e senza consultare alcun "sacro testo".










